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mercoledì 23 luglio 2008

Poesia: Nella moltitudine

Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura
c'è un mucchio di costumi:
ragno, gabbiano, topo di campagna.
Ognuno va subito a pennello
ed è portato docilmente
finché si consuma.

Anch'io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d'un formicaio, branco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.

Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.

Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.

Un filo d'erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.

Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?

Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.

Poteva essermi tolta
l'inclinazione a confrontare.

Potevo essere me stessa - ma senza stupore
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.
(W. Szymborska)

martedì 15 aprile 2008

Siamo extraparlamentari? Eh? Eh? Quindi posso essere retorica quanto voglio?

ALLA BANDIERA ROSSA

Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.

(P. Pasolini)

sabato 12 aprile 2008

Poesia: Aspettando i barbari

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perchè mai tanta inerzia in Senato?
E perchè i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devono fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perchè l'imperatore s'è levato?
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggior, incoronato?

Oggi arrivano i barbari.
L'imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l'offerta d'una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perchè i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perchè i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perchè brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d'oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perchè i violenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perchè d'un tratto questo smarrimento
ansioso? (I voti come si son fatti seri)
Perchè rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S'è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

(C. Kavafis, trad. F. M. Pontani)

Un significato deve pur esserci.

martedì 30 ottobre 2007

Poesia: Andammo a Reggio Calabria

Andammo a Reggio Calabria; non potevamo
accettare che il fuoco della rivolta fosse in mano
ai fascisti. A Reggio Calabria per schierare
su un unico fronte la gente del Nord e del Sud
operai e braccianti d'Italia: lavoro,
contratto, uguaglianza, solidarietà!

I treni dal settentrione sono lunghi lunghi
lunghissimi e odorano di officina di boschi
di laghi. Avanzano rapidi i treni
tra canti e slogan arrotolati, ecco le carte
da gioco e i fiaschi di vino. "Se sei un compagno
non puoi tenere alla Juve." Le rosse
bandiere come le camicie di quelli sbarcati
a Marsala or sono cent'anni dilagano
nella città: un compagno locale prende coraggio,
ci parla, quell'altro si chuide nei suoi
sentimenti. Le bombe sui treni, e poi
all'albergo, il saluto romano dei giovanotti
che fanno ala al corteo che sfila per Corso Vittorio
le pietre che fischiano dai vicoli stretti
e noi del servizio d'ordine non sappiamo
proprio che fare - che gente è mai questa
che chiede, che esige e morde la mano
che allunga la mano - ai balconi intere famiglie
ridendoci in faccia e di nuovo il saluto romano...
Lasciammo un segno?
Nei nostri cuori,
di certo, gli occhi gonfi d'una emozione
nuova. Sebbene ci sono questioni
che non le risolve la contrattazione:
o butti tutto per aria o è meglio
passare la mano.

(Alberto Bellocchio)


Ha! Allora non c'era solo la Marini...

domenica 28 ottobre 2007

Poesia: La montagna di tufo

Anche se piangessi
davanti a te,
buio teatro scavato
nel tufo dalle mani
dei miei padri braccianti.

Unica comparsa,
unico attore
accanto a questa loggia
barocca.

Anche se piangessi
sopra di te,
dall'alto di questa nera inferriata,
buio teatro vuoto
nel tufo scavato
dalle lacrime
dei miei padri braccianti.

Chi mi vedrebbe
chi mi ascolterebbe
nel vuoto paese dell'infanzia,
allora che modrevo le midolla
del sambuco
e mangiavo le radici dei cardi.

Chi mi vedrebbe
chi mi ascolterebbe
nella buia città dell'adolescenza,
ora che a notte alta cammino
come uno straniero,
la testa bassa, gli zoccoli
che battono su lastroni
come il bastone di un cieco.

E' arrivato il basilisco poeta
alle porte della maturità
come un principe spodestato
o un truce mendicante.

E' arrivato all'imbrunire
tra gli ulivi, piangendo
per tutti i cancelli
aperti tra le pietre.

Rivolto al suo compagno Antonello
al suo compagno Renato
al suo compagno Rocco
al suo compagno Alicata,
caduto con il cuore spezzato,
ha pianto, questa volta,
di tenerezza
per le lotte contro
tutti i cancelli.

I cancelli delle fabbriche,
delle carceri, di tutti
i luoghi ove si alzano
recinti.

E, infine, i cancelli
delle carnali passioni,
chiusi per sempre
da cuori impauriti.

I cancelli dei piccoli cimiteri
ancorati nei cespugli,
con tutto il vento della vita
fermo tra gli arabeschi.

Chi mi riconoscerebbe
con il cappello bianco
e la giacca colorata,

io che dal tufo sono partito
con un solo vestito.

Chi mi direbbe poeta
e di questa terra,
vedendomi così conciato,
come un venditore di avorio
o distratto mercante di schiave.

Chi mi potrà chiamare,
salutare, onorare.

Chi mi potrà offrire
la sua muta presenza.

Rimbombano risate di giovinastri
che paiono sciacalli
o cani disperati che gridano
alla luna.

Ci sono pochi lumi
questa notte nei Sassi.
Appena qualche lume
in questa frontiera
abbandonata.

Ma, a giorno fatto,
scendendo con lui nel tufo,
ho portato un giovane poeta
davanti a un buco nero
che un giorno fu
la porta di una casa,

e gli ho detto:
- guarda, da quella
porta possono uscire
i poeti, gli zingari,
i ladri, gli assassini.

Da quella porta
possono uscire gli ultimi,
ma con l'orgoglio di essere
ultimi.

Da quella porta
sono usciti i nostro padri,
i nostri fratelli,
che in Europa fanno ruotare
i mulini, i torni.

A quella porta
erano appese le camicie
dei nostri padri,
simili a bandiere di stracci.

Ma appena fu teso il binario
come la corda di un arco,
tutti gli uomini sono fuggiti.

Da quella porta
siamo usciti tutti noi.
(...)

Ma da quella porta,
ricordalo,
non possono uscire
gli avvocati, i notai,
gli aguzzini, i sensali.

Da quella porta
non possono uscire
i vermi.

Ricordalo,
quando scriverai
le poesie sul tuo paese
che una volta fu il mio.

(Michele Parrella)

lunedì 15 ottobre 2007

Poesia: Mio popolo

Eh eh, ragazzi la vita
non è poi così preziosa.
Biglietto d'ingresso pagato:
arginare, scassare, murare,
fucinare, fresare, montare.
Combattuto col piccone
mai perso callo alla mano.
Ferite: due dita di meno.
Nostro letto abituati a portarlo
lontano.

Eh eh ragazzi, la vita
non è poi così preziosa:
sentite le condizioni:
tribolare, emigrare, ammalare,
ospedali, camorre, prigioni.

Ehi, ragazzo. la guerra sapete
non è poi tanto cattiva:
almeno nelle antiche storie
alla fine si moriva.
Quanto alla nostra grande Patria
la nostra parte di terra nativa
nel sacco, spatriando,
c'è sempre entrata.
A spalla è tanto che la portiamo.
Nello zaino non la perderemo.

Noi - dalla guerra di tutti i giorni
quando ci leviamo
un momento a cambiare le armi
e partiamo.

(Piero Jahier)

giovedì 30 agosto 2007

Tetes de Bois

Dopo mesi e mesi di titubanza, ho comprato il cd dei Tetes de Bois. Non mi piace l'arrangiamento dei pezzi, né la voce del cantante. Ma hanno un repertorio decisamente da premiare. Da Chico Barque a Matteo Salvatore ai Cantacronache a Pietrangeli. Allora li ho premiati, e, con un buono che mi rimaneva da Natale, ho comprato il loro cd. 10 euri tondi tondi, cd del manifesto.
Ok, è bellissimo.
Che io i pezzi li so quasi tutti, e tutti con il loro giro in Do che la gente giustamente trova inascoltabile. Ma proprio per questo hanno fatto un lavoro bellissimo. Li hanno riarrangiati, e li hanno portati in giro.
Quando alla Fiat di Melfi gli operai sono rientrati al lavoro, prima di vincere la lotta, perchè non ce la facevano più, i Tetes de Bois si mettevano alle 21.30, cambio turno, fuori dai cancelli con il loro camioncino. E suonavano 16 minuti, i soli 16 minuti in cui la fabbrica era ferma, e 800 operai potevano ascoltarli.
Hanno cercato brani (quasi) inascoltati, e conosciuto persone nella loro normale atipicità. Tra questi, un camionista-poeta, di cui hanno inciso questa poesia. Retorica, non lo nego. Ma di quella retorica che a me ogni tanto fa proprio piacere.

E' iniziato il campionato conduttori in
Argentina.
Così vi racconto quello passato.
Ottocento chilometri d'asfalto
da Melegnano a Bisceglie.
Con gli occhi sbarrati
nella nebbia fino a Vigevano:
file lunghe come un lungo treno,
da Ciriè a Vipiteno.
Corse a cento all'ora,
qualche volta a centoventi
quasi sempre di notte,
e certe volte d'estate
con le stelle il cielo sereno
puoi spegnere i fari
e farti guidare dalla luna.

Sarebbe bello dormire
magari fare l'amore.
Innestare la ridotta
sull'Appennino
sorpassare di volata
quello davanti a Ciampino.
Qui non sono le mille miglia
degli anni Cinquanta
e neanche i box di Monza
con le ragazze bionde sorridenti,
lo chamapgne, la TV
che racconta mondi irreali, lontanti,
diversi, la tecnologia,
la nuova scocca,
il mondo dei vincenti.

Quest'anno campione del mondo di
Formula Uno (un solo rimorchio)
è lui, Giuseppe Brambilla
quaranta volte da Milano a Pechino e
ritorno
mangiando qualche panino.
Perchè i camionisti son quasi sempre via
e stanchi
fanno l'amore
una volta alla settimana.

Ma Cristina è onesta
e ama solo lui:
scende con rabbia la Porrettana,
curve su curve
la strada bagnata
in picchiata
verso la pianura.
Chi sa se pensano alle mogli -
loro, loro che si passano le donne
come passano i chilometri.
Io mi farei volentieri
quella del bar di Mirandola
quella che mi sorride sempre.
Sarebbe bello
guidare un camion
pieno di bandiere
correre sull'autostrada
del Sole e dei Fiori
con la rivoluzione
sul rimorchio
e i canti dei compagni.

mercoledì 29 agosto 2007

Poesia: Prologo a una commedia

Si fece un violino di vetro perchè voleva vedere la musica. Trascinò la sua barca fin sulla cima della montagna e attese che il mare arrivasse a lui. Le notti si dilettava a leggere l'"Orario ferroviario"; i capolinea lo commuovevano fino alle lacrime. Coltivava le rose con una "z". Scrisse una poesia per la crescita dei capelli e un'altra ancora sullo stesso soggetto. Ruppe l'orologio del municipio per fermare una volta per tutte la caduta delle foglie dagli alberi. Voleva dissotterrare una città in un vasetto d'erba cipollina. Camminava con la Terra al piede, sorridendo, lentamente, felice - come due e due fan due. Quando gli fu detto che non esisteva affatto, non potendo morire per il dispiacere - dovette nascere. Già vive da qualche parte, batte le palpebre e cresce. Giusto in tempo! In un buon momento! Alla Graziosa Nostra Signora, Dolce Macchina Assennata, presto sarà utile un buffone per suo giusto diletto e innocente conforto.

(W. Szymborska)

domenica 12 agosto 2007

Poesia: Progetto un mondo

Progetto un mondo, nuova edizione,
nuova edizione, riveduta,
per gli idioti, ché ridano,
per i malinconici, ché piangano,
per i calvi, ché si pettinino,
per i sordi, ché gli parlino.

Ecco un capitolo:
La lingua di Animali e Piante,
dove per ogni specie
c'è il vocabolario corrispondente.
Anche un semplice buongiorno
scambiato con un pesce,
àncora alla vita
te, il pesce, chiunque.

Quell'improvvisazione di foresta,
da tanto presentita, d'un tratto
nelle parole manifesta!
Quell'epica di gufi!

Qugli aforismi di riccio,
composti quando
siamo convinti
che stia solo dormendo!

Il tempo (capitolo secondo)
ha il diritto di intromettersi
in tutto, bene o male che sia.
Tuttavia - lui che sgretola montagne,
sposta oceani
ed è presente al moto delle stelle,
non avrà il minimo potere
sugli amanti, perchè troppo nudi,
troppo avviniti, col cuore in gola
arruffato come un passero.

La vecchiaia è solo la morale
a fornte d'una vita criminosa.
Ah, dunque sono giovani tutti!
La sofferenza (capitolo terzo)
non insulta il corpo.
La morte
ti coglie nel tuo letto.

E sognerai
che non occorre affato respirare,
che il silenzio senza respiro
è una muscia passabile,
sei piccolo come una scinitlla
e ti spegni al ritmo di quella.

Una morte solo così. Hai sentito
più dolore tenendo in mano una rosa
e provato maggiore sgomento
per un petalo sul pavimento.

Un mondo solo così. Solo così
vivere. E morire solo quel tanto.
E tutto il resto eccolo qui -
è come Bach suonato per un istante
su un bicchiere.

(W. Szymborska)

sabato 11 agosto 2007

Poesia: Requiem per i ribelli irlandesi

Con le tasche dei cappotti piene d'orzo
- niente cucine o basi d'appoggio lungo il mio percorso -
ci spostavamo rapidi e improvvisi nella nostra terra.
Il prete dietro ai fossi, tra i pezzenti,
un popolo in marcia a stento, in cammino,
scoprendo nuove tattiche ogni giorno:
colpire briglia e cavaliere con la picca,
scatenare la mandria contro i fanti,
poi ritirarsi tra le sipei per disarcionare la cavalleria.
Fino a Vinegar Hill, al conclave fatale.
Morimmo a migliaia sui terrapieni, falci contro il cannone.
Il pendio si arrossò della nostra onda infranta.
Ci seppellirono senza sudario né bara
in agostro crebbe l'orzo sulle tombe.

(S. Heaney)

L'Irlanda, terra di incontri anche a distanza.

venerdì 10 agosto 2007

Poesia: Due anni più tardi

Nessuno ti ha mai detto che i tuoi occhi
Arditi e belli avrebbero dovuto
Essere fatti più esperti? O avvertita di come
Sia disperata la falena quando si brucia le ali?
Avrei potuto insgenartelo io;
Ma tu sei giovane, così parliamo un linguaggio diverso.

Oh, prenderai tutto quanto ti è offerto
e sognerai che tutto il mondo è amico,
Dovrai soffrire come tua madre ha sofferto,
E alla fine anche tu sarai spezzata;
Ma io sono vecchio e tu sei giovane,
E io parlo una lingua barbara.

(W.B. Yeats)

giovedì 19 luglio 2007

Il turco in Italia ovvero un'italiana in Turchia

Io ho messo a posto tutta la libreria delle donne della stregaNocciola. Sono tanti scaffali, e tanti libri. Quidni, mentre mettevo a posto e trovavo tre copie dello stesso libro, stessa edizione e stesso anno (1948), le lettere inglesi messe tutte alla fine ché la strega Nocciola non è che se la cavi troppo bene con l'alfabeto anglico, ho anche fatto tutta una lista di libri che volevo leggermi.

Questo qua è uno di quelli.
E' di Joyce Lussu, l'edizione è vecchiotta, quindi non so se si trova ancora.

Joyce Lussu era, nel '58, al congresso per la Pace in Svezia. Il '58 è stata un'ottima annata, per il congresso per la Pace. Erano ancora tutti vivi. I sovietici erano ancora abbastanza liberi di andare dove volevano. Gli americani.. be', tanto gli americani mica ci sono mai stati. In Svezia c'era Neruda, c'era Eluard, c'era Aragon, c'era Bréton, c'era Alberti. Questa gente qua, insomma. Che se fanno la macchina del tempo è il primo posto in cui vado.
Oltre a questi, c'era Joyce Lussu e c'era Hikmet.
Hikmet era in esilio da 8 anni, la sua seconda moglie ed il suo secondo filgio erano tenuti in ostaggio dal simpatico governo turco, e avevano una camionetta che stazionava davanti a casa e che li seguiva dovunque andassero. Lussu non aveva mai sentito parlare del poeta turco, le cui poesie erano state tradotte solo in russo, da lui stesso, e in francese. Lo incontrò ad un ricevimento, e si accorse, dalla deferenza degli altri intellettuali, di essere di fronte ad un grande uomo. Non aveva idea di chi fosse, però. Alla prima occasione, durante la serata, si allontantò per andare a cercare alcune sue opere, e ne rimase assolutamente colpita. Tornando da Hikmet, si complimentò con lui per la bellezza delle sue poesie.
E lui, con naturalezza: "E perchè non le traduci?"
Lussu iniziò così quella che secondo me è una delle più belle avventure intellettuali di quegli anni lì: la traduzione empatica. Lei non sapeva una parola di turco, Hikmet non una di italiano. Sapevano entrambi il francese.
In 10 giorni Lussu tradusse un intero libro di poesie di Hikmet, seguendo le indicazioni del poeta, che le descriveva, in francese, le sensazioni che la parola turca in questione ispirava.
Alla morte del poeta Lussu scrisse una sua biografia. Che, in 120 pagine, l'ha fatto diventare il mio poeta preferito e un uomo pessimo poco no.

Perchè tutti pensano che le poesie d'amore di Hikmet siano dedicate ad una sola donna, e le lettere al figlio ad un solo figlio, perchè i toni mica cambiano, e i nomi non ci sono mai. Invece no. Le donne sono tre, ed i figli due, anche se entrambi si chiamano Mehmet (il che rende ancora più difficile la distinzione).
Dunque.
Hikmet, giovincello, aderisce al movimento indipendentista turco guidato da Ataturk. Indipendentista non da dominazione estera, ma da dominazione ottomana. Gli ottomani non sono i turchi, come credevo io fino a poco fa. Gli ottomani sono quelli che condannavo a morte facendo mangiare dalle murene. I turchi sono quelli che fregano i curdi. C'è una bella differenza.
Comunque. Ataturk fa tutta questa indipendenza, che non è neanche una guerra, ma non si capisce bene, e tutti che lo appoggiano, i socialisti ed i curdi. E lui dice, ai curdi, sì sì, aiutatemi, che poi avrete la vostra lingua, i vostri spazi e tutte le vostre belle cose. Poi prende il potere e dice be', no, ma scherzavo, tutti sui monti e non vi chiamate neanche più curdi, vi chiamate turchi di montagna e ci fate schifo. Allora anche i socialisti non sono molto contenti, e, nel frattempo, si ha notizia el movimento spartachista. Della rivoluzione russa no, non si sa niente. 15 socialisti partono per Berlino. A Berlino gli ci dicono ehy, ma non lo sapete che in Russia c'è Lenin ed è tutto fantastico? No. Be', allora vi ci portiamo, e poi tornate in Turchia a raccontarlo dalla Russia, che è anche più comodo, attraversate il Mar Nero. Ma i 15 socialisti, ormai comunisti, non lo raccontano molto, perchè Ataturk, che tutto sa, li fa uccidere appena mettono piede giù dalla barca. E tutti pensano che è per gli spartachisti.
Invece no, Hikmet scopre, perchè quando fa il visto per andare a Berlino uguale uguale ai 15 glielo fanno fare. E gli fanno fare anche il biglietto di ritorno. Poi, quando ritorna, lo mettono dentro 8 mesi, così, di preventivo, ma mica si può pretendere tutto no?
Quindi Hikmet diventa comunista e continua a fare dentro e fuori di prigione. Nel frattempo è sposato, ha un figlio e soffre di cuore. Ma non lo uccidono mai perchè ad Ataturk piacciono un sacco le sue poesie, che sono bandite ovunque tranne che nella sua reggia, dove se le fa leggere di nascosto. Ah, Ataturk, nel frattempo, è diventato fascista poco no, così, perchè è di moda. Infatti, è il '38 quando Hikmet pubblica una poesia sovversiva su un giornale della Marina. E' così doppiamente giudicato dal tribunale civile e militare, che gli danno in tutto 25 anni di carcere.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, tutti gli intellettuali del mondo si mobilitano, e lui fa uno sciopero della fame, per cui viene scarcerato in libertà vigilata.
Non torna dalla moglie e dal primo figlio, però, perchè lei si è giustamente stufata di aspettare che lui esca da 25 anni di carcere. E' ora fidanzato con una compagna che lo è andato spesso a trovare in carcere. In libertà condinzionata, va a convivere con lei, la mette incinta e scappa dalla Turchia. Da solo.
Quando Lussu lo conosce rimane molto impressionata dalla storia di questa donna che, Hikmet giura e spergiura, non ha avuto modo di scappare con lui perchè incinta. Lussu organizza quindi una spedizione di salvataggio, ché ormai sono passati 15 anni dalla Resistenza e lei è un po' stufa di starsene con le mani in mano. Le peripezie sono mille mila, ma non ve le racconto che è la parte più divertente del libro. Riesce a farla scappare, comunque. Ma quando lei arriva a Varsavia, Hikmet non c'è. Lo vedrà una settimana dopo, quando lui si degnerà di farsi trovare per dirle che, be', mica poteva aspettare i suoi comodi, ora convive con una compagna sovietica. Però sono felice che siete liberi, eh. E se ne va. Una persona simpatica.
Ma un grande poeta.

Stoccolma, 1960
Sono cent'anni che non ho visto il suo viso
che non ho passato il braccio
attorno alla sua vita
che non mi son fermato nei suoi occhi
che non ho interrogato
la chiarità del suo pensiero
che non ho toccato
il calore del suo ventre

eravamo sullo stesso ramo insieme
eravamo sullo stesso ramo
caduti dallo stesso ramo ci siamo separati
e tra noi il tempo e di cent'anni
di cent'anni la strada
e da cent'anni nella penombra
corro dietro a te.

mercoledì 13 dicembre 2006

Poesia: La muffa

Io vi dico la verità. Questa poesia qua non è che mi piaccia tanto. L'autore sì. L'autore è un pazzo e scrive cose bellissime. Ma, anche se questa non è tanto bella, potevo forse non metterla, con un titolo così?

LA MUFFA
Alcuni anni fa la Muffa si insediò.
Iniziò in un angolo della camera da letto
appena dopo la nascita del secondo bambino.
Si sparse nell'armadio della biancheria
e nel tessuto delle nostre vite.
Vennero esperti per il trattamento.
Impotenti.
La muffa non poteva essere fermata.

Mentre ora moriamo, viviamo con lei.
Il fungo cresce.
Si diffonde sui nostri volti.
Guardiamo i sorrisi ammuffirsi,
i gesti sgretolarsi.
Ammalati, diventiamo la malattia.
Parte del fungo.
La parte che sogna. Che prova dolore.

Siamo condannati.
Le cose morenti, che mostrano la loro morte,
che non si possono nascondere, sono distrutte.
Non ci ammuffiremo più a vicenda.
Fuori, sulla strada,
si sente il rumore del martello pneumatico,
mentre gli uomini, affamati di polvere,
avanzano per l'esecuzione.
(R. McGough)

lunedì 11 dicembre 2006

Poesia: El martillo

E questo è l'ultimo post di questa blog-giornata monotematica.
E' il canto della speranza

EL MARTILLO
Si tuviera un martillo
golpearia en la manana
golpearia en la noche
por todo el pais.
Alerta al peligro!
Debemos unirnos
para defender
la paz.

Si tuviera una campana
golpearia en la manana
golpearia en la noche
por todo el pais.
Alerta al peligro!
Debemos unirnos
para defender
la paz.

Si tuviera una cancion
cantaria en la manana
canatria en la noche
por todo el pais.
Alerta al peligro!
Debemos unirnos
para defender
la paz.

Ahora tengo un martillo
y tengo una campana
y tengo una cancion que cantar
por todo el pais
martillo de justicia
campana de libertad
y una cancion de paz.
(V. Jara)


Traduzione:
IL MARTELLO
Se avessi un martello
lo batterei al mattino
lo batteri alla sera
per tutto il paese
per annunciare il pericolo,
dobbiamo stare uniti
per difendere
la pace.

Se avessi una campana
la batterei al mattino
la batteri alla sera
per tutto il paese
per annunciare il pericolo,
dobbiamo stare uniti
per difendere
la pace.

Se avessi una canzone
la canterei la mattina
la canterei la sera
per tutto il paese
per annunciare il pericolo,
dobbiamo stare uniti
per difendere
la pace.

Adesso ho un martello
e ho una campana
e ho una canzone da cantare
per tutto il paese
martello di giustizia, campana di libertà
e canzone di pace

Poesia: 11 settembre

L'anno scorso, l'11 settembre, è uscito un documentario bellissimissimo, di Patricio Guzmàn, chimato, semplicemente, "Salvador Allende". Io l'ho visto al cinema con mia sorella, e poi siamo rimaste 5 minuti gelate nelle sedie senza avere il coraggio di alzarci.
Me lo sono fatto anche regalare, questo dvd qua. Perchè è una di quelle cose che in due anni non se le fila più nessuno, e invece meritava tenerlo.
Però è rimasto tutto bello impacchettato, con il suo celophan, e mai ho avuto il coraggio di rivederlo.
Oggi era d'obbligo.
Ma non me lo sono rivista tutto.
Ho rivisto la poesia finale, bella, ma bella che non si può dire.
E' questa qua:

Il fiume inverte il corso delle sue correnti
Le acque delle cascate salgono
La gente comincia a camminare retrocedendo
I cavalli si muovono all'indietro
I militari rompono le righe
I proiettili escono dalle carni
Le palle entrano nei cannoni
Gli ufficiali rinfoderano le pistole
La corrente entra dalle prese
I torturati smettono di agitarsi
I torturati chiudono le loro bocche
I campi di concentramento si svuotano
Appaiono i desaparecidos
I morti escono dalle loro tombe
Gli aerei volano all'indietro
I razzi salgono verso gli aerei
Allende spara
Le fiamme si spengono
Si toglie l'elemtto
La Moneda torna ad essere integra
Il suo cranio si ricompone
Si affaccia a un balcone
Allende torna indietro fino a Tommaso Moro
I detenuti escono di spalle dagli stadi
11 settembre
Le forze armate rispettano la Costituzione
I militari tornano nelle loro caserme
Rinasce Neruda
Victor Jara suona la chitarra, canta
Gli operai sfilano cantando:
"Venceremos".

Nel dvd, l'autore non c'è. Io penso sia di Rafael Alberti, ma non ne sono sicura.

domenica 10 dicembre 2006

Poesia: L'acqua è insegnata dalla sete

L'ACQUA E' INSEGNATA DALLA SETE

L'acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglia.
L'amore da un'impronta di memoria.
Gli uccelli, dalla neve.
(E. Dickinson)

Poesia: La bianca neve

Matto, eh...

LA BIANCA NEVE

Gli angeli gli angeli nel ciel
Uno è vestito da ufficial
Uno è vestito da cucinier
E gli altri a cantar
Bell'ufficiale color del ciel
Dopo Natale maggio verrà
E d'un bel sole ti decorerà
Ti decorerà
Spenna le oche il cucinier
Le oche oh che
Oh che neve cade e perché
Fra le mie braccia la mia bella non c'è
(G. Apollinaire)

venerdì 8 dicembre 2006

Poesia: Chi costruì Tebe dalle Sette Porte?

Voi chiedete, noi inseriamo. Ecche qua.

Chi costruì Tebe dalle Sette Porte?
Dentro i libri ci sono i nomi dei re.
I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?
Babilonia tante volte distrutta,
chi altrettante la riedificò? In quali case
di Lima lucente d'oro abitavano i costruttori?
Dove andarono i muratori, la sera che terminarono
la Grande Muraglia?
La grande Roma
è piena di archi di trionfo. Chi li costruì? Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti?
Anche nella favolosa Atlantide
nella notte che il mare li inghiottì, affogarono
implorando aiuto dai loro schiavi.

Il giovane Alessandro conquistò l'India.
Lui solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la sua flotta
fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi
vinse oltre a lui?

Ogni pagina una vittoria.
Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.
Chi ne pagò le spese?

Tante vicende.
Tante domande.
(B. Brecht)

lunedì 20 novembre 2006

Poesia: Disco rosso

Ah, la retorica anni '50...

DISCO ROSSO
Disco rosso!
Non si passa!

Il direttissimo è frettoloso:
"Non posso aspettare, divento nervoso.

E poi sono un treno molto speciale,
cambiate subito quel segnale!"

Il disco rosso, senza parlare,
la notte buia continua a scrutare.

Ho a bordo un duca e un'eccellenza:
farmi attendere è un'impertinenza".

Ma il disco rosso, occhio severo,
fissa e fissa lo spazio nero.

"Protesterò dal capo-stazione,
farò reclamo in direzione:

tenermi fermo è certo uno sbaglio,
ho a bordo un ministro e un ammiraglio!"

E fischia, e strepita a più non posso,
ma non gli dà retta il disco rosso.

Così se un giorno in terra o in mare
il treno guerra vorrà passare,

noi tutti uniti si griderà:
"Disco rosso!
Fermo là!"
(G. Rodari)

giovedì 2 novembre 2006

Poesia: Progetto di successione

Questa poesia qua l'ho trovata su internette. Che è ottimo, per trovare poesie. Ed è la terza volta che la leggo e che ci trovo un significato diverso. Una poesia così, vuol dire che è bella.

PROGETTO DI SUCCESSIONE
Continuare a dar salti fino a sorpassare la Luna
restare sdraiato fino a distruggere il letto
restare in piedi fino all'arrivo della polizia
restare seduto fino alla morte del padre
 
Strapparsi i capelli e non morire in una via solitaria
amare continuamente la posizione verticale
e continuamente fare angoli retti
 
Gridare alla finestra fino a che la vicina metta fuori le mammelle
restare nudo in casa fino a che la scultrice dia il sesso
far gesti nel caffè fino a meravigliare la clientela
spaventare la gente sugli angoli fino a far cadere una vecchina
raccontare delle storie oscene una sera in famiglia
raccontare un delitto perfetto a un adolescente biondo
bere un bicchiere di latte misto a nitroglicerina
lasciar fumare una sigaretta solo a metà
 
Aprire fosse e dimenticare i giorni
bere in un bicchiere d'oro e sognare le Indie.
 
(Antonio Maria Lisboa)