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giovedì 18 giugno 2009
martedì 2 dicembre 2008
Il calendario cantato 4
Avola, ventiquattro novembre millenovecentosessantotto.
I braccianti scendono in sciopero per rivendicare l'aumento della paga giornaliera, l'eliminazione delle differenze salariali di orario tra le varie zone, l'introduzione di una normativa per garantire il rispetto die contratti, l'avvio di commissioni di controllo: tutti punti di una lotta già combattuta e vinta nel '66. Lo sciopero è indetto, quindi, solamente per richiedere che le normative già stabilite vengano applicate.
Il 29 novembre gli agrari rompono le trattative con i sindacati. I braccianti invadono la strada che porta a Siracusa e la occupano: vengono convinti a desistere da un deputato comunista, Piscitello, che si offre di recarsi dal prefetto - assieme a qualche bracciante ed ai sindacalisti - per chiedere che richiami i rappresentanti degli agrari.
Il prefetto rifiuta, "per ragioni di prestigio personale", poi acconsente a convocare gli agrari, ma per il giorno successivo: "essendo stanco, non era in grado di affrontare un'altra lunga discussione".
La riunione viene fissata per il 30 novembre, ma gli agrari fanno sapere che non si presenteranno, perché stanno aspettando una loro delegazione da Roma. I sindacalisti vengono rapidamente congedati dal prefetto.
Anche il primo di dicembre viene convocata una riunione, ma ancora una volta gli agrari non si presentano.
E' convocato lo sciopero generale.
Il 2 dicembre, Avola è completamente ferma. I braccianti occupano le strade, subito aiutati dagli operai. Verso le 8 del mattino iniziano ad arrivare anche donne e bambini. Il prefetto telefona al sindaco per dirgli che plotoni di polizia stanno già avanzando sulla strada verso Noto, totalmente bloccata dall'occupazione dei braccianti. Il sindaco lo supplica di non dare l'ordine di sgomberare, ma il prefetto lo "invita a cingere la sciarpa tricolore e a collaborare per il ripristino della legalità". Il sindaco prega allora il vice-questore di dare l'ordine di aspettare che lui si rechi sul posto: spera di convincere i braccianti a sgomberare "per tentare di scongiurare ciò che poi è avvenuto", come scriverà nel rapporto immediatamente successivo. Quando arriva sul posto, però, la polizia è già in assetto antisommossa e i fumogeni sono già caricati sui fucili. Il sindaco viene obbligato dai commissari a non passare. Un istante dopo partono i primi colpi. Fumogeni, poi spari. I braccianti credono si spari a salve perché vedono il sindaco subito dopo lo schieramento di polizia, e lanciano sassi. Il fuoco dura 25 minuti.
2 morti e 48 feriti, di cui 5 gravi.
Il deputato comunista Piscitello raccoglierà due chili di bossoli dalla strada.
Esistono due canzoni, su Avola. Una è quella che metto, firmata dal Canzoniere di Rimini ed interpretata da Alfredo Bandelli (che probabilmente ne è anche l'autore, ma non era iscritto alla SIAE quindi gli hanno fregato più o meno tutto). L'altra è di Dario Fo, ed è nel suo strepitoso spettacolo "Ci ragiono e canto". Ma come canzone, è un po' meno bella.
I braccianti scendono in sciopero per rivendicare l'aumento della paga giornaliera, l'eliminazione delle differenze salariali di orario tra le varie zone, l'introduzione di una normativa per garantire il rispetto die contratti, l'avvio di commissioni di controllo: tutti punti di una lotta già combattuta e vinta nel '66. Lo sciopero è indetto, quindi, solamente per richiedere che le normative già stabilite vengano applicate.
Il 29 novembre gli agrari rompono le trattative con i sindacati. I braccianti invadono la strada che porta a Siracusa e la occupano: vengono convinti a desistere da un deputato comunista, Piscitello, che si offre di recarsi dal prefetto - assieme a qualche bracciante ed ai sindacalisti - per chiedere che richiami i rappresentanti degli agrari.
Il prefetto rifiuta, "per ragioni di prestigio personale", poi acconsente a convocare gli agrari, ma per il giorno successivo: "essendo stanco, non era in grado di affrontare un'altra lunga discussione".
La riunione viene fissata per il 30 novembre, ma gli agrari fanno sapere che non si presenteranno, perché stanno aspettando una loro delegazione da Roma. I sindacalisti vengono rapidamente congedati dal prefetto.
Anche il primo di dicembre viene convocata una riunione, ma ancora una volta gli agrari non si presentano.
E' convocato lo sciopero generale.
Il 2 dicembre, Avola è completamente ferma. I braccianti occupano le strade, subito aiutati dagli operai. Verso le 8 del mattino iniziano ad arrivare anche donne e bambini. Il prefetto telefona al sindaco per dirgli che plotoni di polizia stanno già avanzando sulla strada verso Noto, totalmente bloccata dall'occupazione dei braccianti. Il sindaco lo supplica di non dare l'ordine di sgomberare, ma il prefetto lo "invita a cingere la sciarpa tricolore e a collaborare per il ripristino della legalità". Il sindaco prega allora il vice-questore di dare l'ordine di aspettare che lui si rechi sul posto: spera di convincere i braccianti a sgomberare "per tentare di scongiurare ciò che poi è avvenuto", come scriverà nel rapporto immediatamente successivo. Quando arriva sul posto, però, la polizia è già in assetto antisommossa e i fumogeni sono già caricati sui fucili. Il sindaco viene obbligato dai commissari a non passare. Un istante dopo partono i primi colpi. Fumogeni, poi spari. I braccianti credono si spari a salve perché vedono il sindaco subito dopo lo schieramento di polizia, e lanciano sassi. Il fuoco dura 25 minuti.
2 morti e 48 feriti, di cui 5 gravi.
Il deputato comunista Piscitello raccoglierà due chili di bossoli dalla strada.
Esistono due canzoni, su Avola. Una è quella che metto, firmata dal Canzoniere di Rimini ed interpretata da Alfredo Bandelli (che probabilmente ne è anche l'autore, ma non era iscritto alla SIAE quindi gli hanno fregato più o meno tutto). L'altra è di Dario Fo, ed è nel suo strepitoso spettacolo "Ci ragiono e canto". Ma come canzone, è un po' meno bella.
AVOLA, DUE DICEMBRE
Due dicembre, giorno bianco
per la gente in ufficio
e che si vede passare
solite carte e fatture.
Due dicembre, giorno bianco
per mia madre in cucina,
che cantando prepara
il pranzo e la cena.
Due dicembre, giorno nero
per la gente che è stanca
e che scende nelle strade
perché vuole un po' di pane.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
Ma si sa, si sa che,
ma si sa, si sa che
loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Due dicembre, giorno bianco
per mio padre, che è sereno:
oramai è assicurato,
ogni mese paga lo Stato.
Due dicembre, giorno bianco
per la gente che è tranquilla
e che approva con la testa
quello che scrive la stampa.
Due dicembre, giorno nero
per chi cerca una risposta,
per chi agisce e più non parla
e si difende come può.
Due dicembre, giorno nero
per chi chiede un aumento
e la risposta è solo una,
la risposta è di violenza.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
per la gente in ufficio
e che si vede passare
solite carte e fatture.
Due dicembre, giorno bianco
per mia madre in cucina,
che cantando prepara
il pranzo e la cena.
Due dicembre, giorno nero
per la gente che è stanca
e che scende nelle strade
perché vuole un po' di pane.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
Ma si sa, si sa che,
ma si sa, si sa che
loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Due dicembre, giorno bianco
per mio padre, che è sereno:
oramai è assicurato,
ogni mese paga lo Stato.
Due dicembre, giorno bianco
per la gente che è tranquilla
e che approva con la testa
quello che scrive la stampa.
Due dicembre, giorno nero
per chi cerca una risposta,
per chi agisce e più non parla
e si difende come può.
Due dicembre, giorno nero
per chi chiede un aumento
e la risposta è solo una,
la risposta è di violenza.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
domenica 7 settembre 2008
Un calendario cantato 1

Dopo che il Chimico mi ha mandato un messaggio in cui esaltava l'ottimo brano "Ero un consumatore" (di cui metto il link qui, ma che non trascrivo per magnanimità), ho deciso di mettere in pratica un'idea che già da un po' mi frullava nella mente.
Si tratta, in pratica, di una specie di calendario sonoro: ad ogni data possibile, un collegamento con una canzone popolare/di protesta.
Inizio simbolicamente oggi, con un brano che non è né popolare né di protesta, ma troppo troppo bello per stare a fare gli schizzinosi.
SEI MINUTI ALL'ALBA
(Fo-Jannacci)
Sei minuti all'alba
el gh'è gnanca ciar,
sei minuti all'alba,
il prete è pronto già.
L'è giamò mes'ura
ch'el va drè a parlà:
«Gliel'ho detto, padre, debun
mi hu giamò pregà».
Nella cella accanto
canten na cansun:
«Sì, ma non è il momento,
un pu' d'educasiun!».
Mi anca piangiarìa,
il groppo è pronto già;
piangere, d'accordo, e perché:
mi han da fucilà.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
Entra un ufficiale,
mi offre da fumar:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette ai polsi son già,
quei lì van a drè a cantà.
E strascino i piedi
e mi sento mal;
sei minuti all'alba,
Dio, cume l'è ciar.
Tocca farsi forza,
ci vuole un bel final,
dai, allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
(trascrizione alla buona, assolutamente priva dei simboli fonetici corretti)
TRADUZIONE
(ma è vivamente consigliata la lettura in dialetto, che è comprensibile e mille volte più bella):
Sei minuti all'alba
e non è ancora chiaro,
sei minuti all'alba
Il prete è pronto già.
È già mezz'ora
che sta parlando.
«Gliel'ho detto, padre, davvero,
ho già pregato».
Nella cella accanto
cantano una canzone.
«Sì, ma non è il momento
un po' d'educazione!»
Io addirittura piangerei
il groppo è pronto già;
piangere d'accordo, e perché?
Mi devono fucilare.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
Entra un ufficiale
mi offre da fumare:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette sono già ai polsi,
e quelli continuano a cantare.
E trascino i piedi
e mi sento male;
sei minuti all'alba,
Dio com'è chiaro!
Tocca farsi forza
ci vuole un bel finale;
dai allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
(Fo-Jannacci)
Sei minuti all'alba
el gh'è gnanca ciar,
sei minuti all'alba,
il prete è pronto già.
L'è giamò mes'ura
ch'el va drè a parlà:
«Gliel'ho detto, padre, debun
mi hu giamò pregà».
Nella cella accanto
canten na cansun:
«Sì, ma non è il momento,
un pu' d'educasiun!».
Mi anca piangiarìa,
il groppo è pronto già;
piangere, d'accordo, e perché:
mi han da fucilà.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
Entra un ufficiale,
mi offre da fumar:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette ai polsi son già,
quei lì van a drè a cantà.
E strascino i piedi
e mi sento mal;
sei minuti all'alba,
Dio, cume l'è ciar.
Tocca farsi forza,
ci vuole un bel final,
dai, allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
(trascrizione alla buona, assolutamente priva dei simboli fonetici corretti)
TRADUZIONE
(ma è vivamente consigliata la lettura in dialetto, che è comprensibile e mille volte più bella):
Sei minuti all'alba
e non è ancora chiaro,
sei minuti all'alba
Il prete è pronto già.
È già mezz'ora
che sta parlando.
«Gliel'ho detto, padre, davvero,
ho già pregato».
Nella cella accanto
cantano una canzone.
«Sì, ma non è il momento
un po' d'educazione!»
Io addirittura piangerei
il groppo è pronto già;
piangere d'accordo, e perché?
Mi devono fucilare.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
Entra un ufficiale
mi offre da fumare:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette sono già ai polsi,
e quelli continuano a cantare.
E trascino i piedi
e mi sento male;
sei minuti all'alba,
Dio com'è chiaro!
Tocca farsi forza
ci vuole un bel finale;
dai allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
Ringrazio l'ottimo sito Canzoni contro la guerra che mi ha evitato di dovermi trascrivere tutto il testo.
lunedì 5 maggio 2008
giovedì 1 maggio 2008

Copincollo da qui, che è un bellissimo blog, e questo nanetto mi sembrava un sacco carino.
"A lussemburgo i vecchi del circolo curiel mi raccontavano che quando erano arrivati loro nel secondo dopoguerra, il partito comunista era vietato e andavano di notte a vendere l’unità di nascosto davanti ai turni degli italiani che entravano nelle acciaierie.
per il primo maggio era vietato manifestare e allora si davano appuntamento in centro, una rosa rossa appuntata sul bavero della giacca e si muovevano in silenzio in un’ unica direzione, fingendo che fosse casuale."
Buon Primo Maggio.
venerdì 7 marzo 2008
Famo la rivoluzione

Mica vera. Eh. Non ve lo direi mica così, tutti voi lettori e anche voi lettori della digos.
Famo la rivoluzione del calendario. Come quello della rivoluzione francese.
Che aveva questi sei gironi di feste qua, chiamati giorni sanculottidi, che sono delle feste geniali.
La festa della Virtù
La festa del Genio
La festa del Lavoro
La festa dell'Opinione
La festa delle Ricompense
e
La festa della Rivoluzione, il 29 febbraio, negli anni bisestili
Le altre sono tra il 17 e il 21 settembre.
Io, l'anno prossimo, le festeggio.
martedì 18 dicembre 2007
Compagni vecchietti sempre presenti
Volevo già scrivere questo post qui, quando l'amica E. ha tirato fuori questa cosa del fiore del partigiano.
Allora io aggiungo il mio tulipano.
Succede che andiamo a fare sciòpping natalizio con l'Amica delle Medie. L'Amica delle Medie è quella amica che un po' tutti abbiamo o abbiamo avuto: l'amica che prima era proprio amica amica, ora è amica un po' meno, ma ogni tanto ci si vede più che volentieri. Il problema di tutte le Amiche delle Medie è che sono di destra. E la mia non fa eccezione.
Per tacito accordo, quindi, non si parla di politica, sociale, niente che neanche si avvicini.
Succede però che l'Amica delle Medie va ad un liceo in cui tutti i prof sono compagni. E quindi io mi diverto un sacco a sentire i suoi racconti da ragazzetta di destra con adorazione per prof compagnissimi.
Sull'autobus che ci porta a fare sciòpping, l'Amica delle Medie mi dice, addolorata, che il suo prof compagnissimissimo di italiano deve andare in pensione, e che loro sono un po' dispearti perchè quello che dovrebbe sostituirlo è "proprio un fascista. E per dirlo io...".
Nel frattempo, ci avvicinamo alla porta dell'autobus, per scendere. Davanti a noi c'è una vecchiettina di quelle proprio piccole piccole, esili esili, che ti aspetteresti una vocina sottile, la mano che trema nello sforzo di tenersi aggrappata all'autobus.
Continua, l'Amica delle Medie: "Nel senso, per farti capire, questo è uno che il primo giorno entra e dice:"Io sono di estrema destra. Quindi non voglio trovare niente di neanche vagamente comunista nei temi, o metto un 4 senza neppure discutere". Capito che stronzo?", dice l'Amica di destra delle Medie.
In quel momento, l'autobus si ferma. La vecchietta si gira e con voce stentorea, guardandoci dritte negli occhi, proclama: "Questo, nel '45, non sarebbe potuto succedere!"
E scende.
Ho convinto l'Amica delle Medie che ciò che intendeva la vecchietta era che la libertà di parola era molto più garantita, nel '45, non che al prof fascista sarebbe successo qualcosa di brutto.
Ma io, la vecchietta, avrei voluto abbracciarla.
Allora io aggiungo il mio tulipano.
Succede che andiamo a fare sciòpping natalizio con l'Amica delle Medie. L'Amica delle Medie è quella amica che un po' tutti abbiamo o abbiamo avuto: l'amica che prima era proprio amica amica, ora è amica un po' meno, ma ogni tanto ci si vede più che volentieri. Il problema di tutte le Amiche delle Medie è che sono di destra. E la mia non fa eccezione.
Per tacito accordo, quindi, non si parla di politica, sociale, niente che neanche si avvicini.
Succede però che l'Amica delle Medie va ad un liceo in cui tutti i prof sono compagni. E quindi io mi diverto un sacco a sentire i suoi racconti da ragazzetta di destra con adorazione per prof compagnissimi.
Sull'autobus che ci porta a fare sciòpping, l'Amica delle Medie mi dice, addolorata, che il suo prof compagnissimissimo di italiano deve andare in pensione, e che loro sono un po' dispearti perchè quello che dovrebbe sostituirlo è "proprio un fascista. E per dirlo io...".
Nel frattempo, ci avvicinamo alla porta dell'autobus, per scendere. Davanti a noi c'è una vecchiettina di quelle proprio piccole piccole, esili esili, che ti aspetteresti una vocina sottile, la mano che trema nello sforzo di tenersi aggrappata all'autobus.
Continua, l'Amica delle Medie: "Nel senso, per farti capire, questo è uno che il primo giorno entra e dice:
In quel momento, l'autobus si ferma. La vecchietta si gira e con voce stentorea, guardandoci dritte negli occhi, proclama: "Questo, nel '45, non sarebbe potuto succedere!"
E scende.
Ho convinto l'Amica delle Medie che ciò che intendeva la vecchietta era che la libertà di parola era molto più garantita, nel '45, non che al prof fascista sarebbe successo qualcosa di brutto.
Ma io, la vecchietta, avrei voluto abbracciarla.
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