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giovedì 18 giugno 2009
martedì 2 dicembre 2008
Il calendario cantato 4
Avola, ventiquattro novembre millenovecentosessantotto.
I braccianti scendono in sciopero per rivendicare l'aumento della paga giornaliera, l'eliminazione delle differenze salariali di orario tra le varie zone, l'introduzione di una normativa per garantire il rispetto die contratti, l'avvio di commissioni di controllo: tutti punti di una lotta già combattuta e vinta nel '66. Lo sciopero è indetto, quindi, solamente per richiedere che le normative già stabilite vengano applicate.
Il 29 novembre gli agrari rompono le trattative con i sindacati. I braccianti invadono la strada che porta a Siracusa e la occupano: vengono convinti a desistere da un deputato comunista, Piscitello, che si offre di recarsi dal prefetto - assieme a qualche bracciante ed ai sindacalisti - per chiedere che richiami i rappresentanti degli agrari.
Il prefetto rifiuta, "per ragioni di prestigio personale", poi acconsente a convocare gli agrari, ma per il giorno successivo: "essendo stanco, non era in grado di affrontare un'altra lunga discussione".
La riunione viene fissata per il 30 novembre, ma gli agrari fanno sapere che non si presenteranno, perché stanno aspettando una loro delegazione da Roma. I sindacalisti vengono rapidamente congedati dal prefetto.
Anche il primo di dicembre viene convocata una riunione, ma ancora una volta gli agrari non si presentano.
E' convocato lo sciopero generale.
Il 2 dicembre, Avola è completamente ferma. I braccianti occupano le strade, subito aiutati dagli operai. Verso le 8 del mattino iniziano ad arrivare anche donne e bambini. Il prefetto telefona al sindaco per dirgli che plotoni di polizia stanno già avanzando sulla strada verso Noto, totalmente bloccata dall'occupazione dei braccianti. Il sindaco lo supplica di non dare l'ordine di sgomberare, ma il prefetto lo "invita a cingere la sciarpa tricolore e a collaborare per il ripristino della legalità". Il sindaco prega allora il vice-questore di dare l'ordine di aspettare che lui si rechi sul posto: spera di convincere i braccianti a sgomberare "per tentare di scongiurare ciò che poi è avvenuto", come scriverà nel rapporto immediatamente successivo. Quando arriva sul posto, però, la polizia è già in assetto antisommossa e i fumogeni sono già caricati sui fucili. Il sindaco viene obbligato dai commissari a non passare. Un istante dopo partono i primi colpi. Fumogeni, poi spari. I braccianti credono si spari a salve perché vedono il sindaco subito dopo lo schieramento di polizia, e lanciano sassi. Il fuoco dura 25 minuti.
2 morti e 48 feriti, di cui 5 gravi.
Il deputato comunista Piscitello raccoglierà due chili di bossoli dalla strada.
Esistono due canzoni, su Avola. Una è quella che metto, firmata dal Canzoniere di Rimini ed interpretata da Alfredo Bandelli (che probabilmente ne è anche l'autore, ma non era iscritto alla SIAE quindi gli hanno fregato più o meno tutto). L'altra è di Dario Fo, ed è nel suo strepitoso spettacolo "Ci ragiono e canto". Ma come canzone, è un po' meno bella.
I braccianti scendono in sciopero per rivendicare l'aumento della paga giornaliera, l'eliminazione delle differenze salariali di orario tra le varie zone, l'introduzione di una normativa per garantire il rispetto die contratti, l'avvio di commissioni di controllo: tutti punti di una lotta già combattuta e vinta nel '66. Lo sciopero è indetto, quindi, solamente per richiedere che le normative già stabilite vengano applicate.
Il 29 novembre gli agrari rompono le trattative con i sindacati. I braccianti invadono la strada che porta a Siracusa e la occupano: vengono convinti a desistere da un deputato comunista, Piscitello, che si offre di recarsi dal prefetto - assieme a qualche bracciante ed ai sindacalisti - per chiedere che richiami i rappresentanti degli agrari.
Il prefetto rifiuta, "per ragioni di prestigio personale", poi acconsente a convocare gli agrari, ma per il giorno successivo: "essendo stanco, non era in grado di affrontare un'altra lunga discussione".
La riunione viene fissata per il 30 novembre, ma gli agrari fanno sapere che non si presenteranno, perché stanno aspettando una loro delegazione da Roma. I sindacalisti vengono rapidamente congedati dal prefetto.
Anche il primo di dicembre viene convocata una riunione, ma ancora una volta gli agrari non si presentano.
E' convocato lo sciopero generale.
Il 2 dicembre, Avola è completamente ferma. I braccianti occupano le strade, subito aiutati dagli operai. Verso le 8 del mattino iniziano ad arrivare anche donne e bambini. Il prefetto telefona al sindaco per dirgli che plotoni di polizia stanno già avanzando sulla strada verso Noto, totalmente bloccata dall'occupazione dei braccianti. Il sindaco lo supplica di non dare l'ordine di sgomberare, ma il prefetto lo "invita a cingere la sciarpa tricolore e a collaborare per il ripristino della legalità". Il sindaco prega allora il vice-questore di dare l'ordine di aspettare che lui si rechi sul posto: spera di convincere i braccianti a sgomberare "per tentare di scongiurare ciò che poi è avvenuto", come scriverà nel rapporto immediatamente successivo. Quando arriva sul posto, però, la polizia è già in assetto antisommossa e i fumogeni sono già caricati sui fucili. Il sindaco viene obbligato dai commissari a non passare. Un istante dopo partono i primi colpi. Fumogeni, poi spari. I braccianti credono si spari a salve perché vedono il sindaco subito dopo lo schieramento di polizia, e lanciano sassi. Il fuoco dura 25 minuti.
2 morti e 48 feriti, di cui 5 gravi.
Il deputato comunista Piscitello raccoglierà due chili di bossoli dalla strada.
Esistono due canzoni, su Avola. Una è quella che metto, firmata dal Canzoniere di Rimini ed interpretata da Alfredo Bandelli (che probabilmente ne è anche l'autore, ma non era iscritto alla SIAE quindi gli hanno fregato più o meno tutto). L'altra è di Dario Fo, ed è nel suo strepitoso spettacolo "Ci ragiono e canto". Ma come canzone, è un po' meno bella.
AVOLA, DUE DICEMBRE
Due dicembre, giorno bianco
per la gente in ufficio
e che si vede passare
solite carte e fatture.
Due dicembre, giorno bianco
per mia madre in cucina,
che cantando prepara
il pranzo e la cena.
Due dicembre, giorno nero
per la gente che è stanca
e che scende nelle strade
perché vuole un po' di pane.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
Ma si sa, si sa che,
ma si sa, si sa che
loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Due dicembre, giorno bianco
per mio padre, che è sereno:
oramai è assicurato,
ogni mese paga lo Stato.
Due dicembre, giorno bianco
per la gente che è tranquilla
e che approva con la testa
quello che scrive la stampa.
Due dicembre, giorno nero
per chi cerca una risposta,
per chi agisce e più non parla
e si difende come può.
Due dicembre, giorno nero
per chi chiede un aumento
e la risposta è solo una,
la risposta è di violenza.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
per la gente in ufficio
e che si vede passare
solite carte e fatture.
Due dicembre, giorno bianco
per mia madre in cucina,
che cantando prepara
il pranzo e la cena.
Due dicembre, giorno nero
per la gente che è stanca
e che scende nelle strade
perché vuole un po' di pane.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
Ma si sa, si sa che,
ma si sa, si sa che
loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Loro vengon coi fucili,
loro vengono coi mitra,
loro vengono in cento,
mai che siano da soli.
Due dicembre, giorno bianco
per mio padre, che è sereno:
oramai è assicurato,
ogni mese paga lo Stato.
Due dicembre, giorno bianco
per la gente che è tranquilla
e che approva con la testa
quello che scrive la stampa.
Due dicembre, giorno nero
per chi cerca una risposta,
per chi agisce e più non parla
e si difende come può.
Due dicembre, giorno nero
per chi chiede un aumento
e la risposta è solo una,
la risposta è di violenza.
Due dicembre, giorno nero,
da finire al cimitero,
da finirci, assassinati
da quei servi mal pagati.
giovedì 9 ottobre 2008
Il calendario cantato 3

C'è questo monte, in provinca di Belluno, che si chiama Monte Toc.
Ci sono due etimologie, di Toc. Potrebbe essere una contrazione di patoc, che in friulano significa marcio.
Oppure potrebbe essere direttamente il "toc" veneto, pezzo.
Sotto a questo monte passa un torrente, il Vajont, che affluisce poi nel Piave all'altezza di Longarone.
Nel 1929, due eccellentissimi ingegneri pensarono che era proprio un peccato sprecare tutta quell'acqua che poteva essere sfruttata per creare energia idroelettrica, e fecero un progetto per creare una diga alle pendici del Monte Toc. I lavori iniziarono effettivamente solo nel 1940, ovviamente più volte interrotti per guerra, dopoguerra, cambi di gestione e varie amenità italianiche.
Nel 1956 i lavori ripresero con più fervore - pare senza il consenso da parte del ministero, ma la faccenda è poco chiara -, nonostante il dissenso evidente delle popolazioni (anche senza il successivo disastro, si sapeva per certo che due paesi sarebbero morti perchè, cambiando il corso del fiume, non avrebbero più ricevuto acqua per le terre. Ma p'cato).
Per tutta la durata dei lavori, terminati nel '60, la SADE (poi rilevata dalla Montedison) registrò numerosissime scosse sismiche, ma non si curò mai di mandare i dati agli organi di controllo. L'Università di Padova simulò una frana nella diga e disse che si poteva tranquillamente arrivare a quota 700.
Il 4 settembre 1963, si era arrivati a quota 710. Iniziarono a sentirsi scosse sismiche più frequenti, e dalla montagna giungevano profondi boati.
Il 9 ottobre 1963, un grosso masso si stacca dal Monte Toc, causando una frana e precipitando nel bacino idrico: da poco era stata portata nel bacino nuova acqua, perchè le precipitazioni erano state scarse e si temeva una grave siccità. Gli studi scientifici, in contemporanea, avevano appena consigliato un graduale svuotamento del bacino, poichè la massa d'acqua era troppo imponente e il Monte Toc non avrebbe sicuramente retto.
Alle 22.39 del 9 ottobre, quando la frana e il masso arrivano nel bacino, si levano tre differenti ondate, che distruggono contemporaneamente 5 paesi - e le frazioni limitrofe-: Longarone, Codissago, Castellavazzo, Erto e Casso. I morti stimati sono 1917.
Alberto D'Amico, cantautore veneziano, scrisse questo brano pochi giorni dopo la strage del Vajont, ricordando contemporaneamente l'alluvione del Polesine del '51.
AQUA
(Alberto D'Amico)
Inverno del cinquantaun
s'à roto l'arsene del Po
la piena i campi ga 'lagà
cristiani e bestie s'à negà
Aqua
I elicoteri xe rivà
e i vivi duri co' le man
dai copi le corde i ga vantà
e in celo i se ga rampegà
Aqua
Dai elicoteri in stassion
i vivi dopo l'aluvion
i parte in Belgio e a Milan
ancora sporchi de pantan
Aqua
S'à perso le lagreme nel Po
contarle tute no' se pol
contar i tosi che xe restà
te basta i dei de 'na man
Aqua Aqua Aqua Aqua
Xe 'sta 'na note che 'l signor
ga vudo un palpito de cuor
el monte Toc se ga spacà
el lago in celo xe rivà
Aqua
L'onda la diga ga saltà
e Longarone ga ramassà
i gera in leto drio dormir
no' s'à salvà gnanca un cussin
Aqua
Entra la corte in tribunal
i morti in pie s'à alzà
la corte se ga pronuncià
«Xé morti per fatalità»
Aqua
Sarà i pecati che se fà
el padre eterno sarà incassà
ma co' 'sto Dio malà de cuor
xe sempre i poveri che muor
Aqua Aqua Aqua Aqua
TRADUZIONE: ACQUA
Inverno del cinquantuno
si è rotto l'argine del Po
la piena i campi ha allagato
cristiani e bestie sono annegati
Gli elicotteri sono arrivati
e i vivi sicuri con le mani
dal tetto hanno preso le funi
e si sono arrampicati in cielo
Dagli elicotteri in stazione
i vivi dopo l'alluvione
partono per il Beglio e Milano
ancora sporchi di fango
Si sono perse le lacrime nel Po
contarle tutte non si può
per contare i ragazzi che sono rimasti
ti bastano le dita di una mano
E' una notte che il Signore
ha avuto un palpito di cuore
il monte Toc si è spaccato
il lago in cielo è arrivato
L'onda ha saltato la diga
e ha spazzato via Longarone
erano a letto che dormivano
non si è salvato neanche un cuscino
Entra la corte in tribunale
i morti si sono alzati in piedi
la corte si è pronunciata
"Sono morti per fatalità"
Saranno i peccati che si fanno
il padreterno sarà arrabbiato
ma con questo Dio malato di cuore
sono sempre i poveri che muoiono.
Inverno del cinquantaun
s'à roto l'arsene del Po
la piena i campi ga 'lagà
cristiani e bestie s'à negà
Aqua
I elicoteri xe rivà
e i vivi duri co' le man
dai copi le corde i ga vantà
e in celo i se ga rampegà
Aqua
Dai elicoteri in stassion
i vivi dopo l'aluvion
i parte in Belgio e a Milan
ancora sporchi de pantan
Aqua
S'à perso le lagreme nel Po
contarle tute no' se pol
contar i tosi che xe restà
te basta i dei de 'na man
Aqua Aqua Aqua Aqua
Xe 'sta 'na note che 'l signor
ga vudo un palpito de cuor
el monte Toc se ga spacà
el lago in celo xe rivà
Aqua
L'onda la diga ga saltà
e Longarone ga ramassà
i gera in leto drio dormir
no' s'à salvà gnanca un cussin
Aqua
Entra la corte in tribunal
i morti in pie s'à alzà
la corte se ga pronuncià
«Xé morti per fatalità»
Aqua
Sarà i pecati che se fà
el padre eterno sarà incassà
ma co' 'sto Dio malà de cuor
xe sempre i poveri che muor
Aqua Aqua Aqua Aqua
TRADUZIONE: ACQUA
Inverno del cinquantuno
si è rotto l'argine del Po
la piena i campi ha allagato
cristiani e bestie sono annegati
Gli elicotteri sono arrivati
e i vivi sicuri con le mani
dal tetto hanno preso le funi
e si sono arrampicati in cielo
Dagli elicotteri in stazione
i vivi dopo l'alluvione
partono per il Beglio e Milano
ancora sporchi di fango
Si sono perse le lacrime nel Po
contarle tutte non si può
per contare i ragazzi che sono rimasti
ti bastano le dita di una mano
E' una notte che il Signore
ha avuto un palpito di cuore
il monte Toc si è spaccato
il lago in cielo è arrivato
L'onda ha saltato la diga
e ha spazzato via Longarone
erano a letto che dormivano
non si è salvato neanche un cuscino
Entra la corte in tribunale
i morti si sono alzati in piedi
la corte si è pronunciata
"Sono morti per fatalità"
Saranno i peccati che si fanno
il padreterno sarà arrabbiato
ma con questo Dio malato di cuore
sono sempre i poveri che muoiono.
giovedì 11 settembre 2008
Calendario cantato 2
(Il brano in questione è un altro, ma, come leggerete sotto, non era possibile trovarlo interpretato dallo stesso Victor. Ho scelto allora quest'ottima videoclip moderna. "Vamos por ancho camino", Victor Jara).
Il post sul Cile l'avevo già fatto qualche anno fa, ed è qui.
Nel frattempo, ho trovato l'ultima canzone scritta da Victor Jara.
Nello stadio di Santiago, prima che i militari gli tagliassero le mani e la lingua, "el poeta popular" riuscì a scrivere un'ultima canzone, su di un pezzo di carta che aveva in tasca. Quando i militari lo andarono a prendere per torturarlo e fucilarlo, Victor Jara passò il bigliettino all'uomo che era seduto vicino a lui. Che, a sua volta fucilato, lo passò a chi era vicino a lui, e così via.
La persona che è riuscita ad uscire dallo stadio e a portare il biglietto alla moglie di Victor Jara pensava fosse un falso, perchè non aveva assolutamente visto che il cantante fosse nello stadio. La canzone è questa. Interpreti ce ne sono stati parecchi, primo tra tutti Woody Guthrie (nonchè mio fratello paolino, ma questa è un'altra storia), ma nessuno l'ha mai musicata in lingua originale.
ESTADIO CHILE
(Victor Jara)
Somos cinco mil aquí
en esta pequeña parte la ciudad.
Somos cinco mil.
¿Cuántos somos en total
en las ciudades y en todo el país?
Sólo aquí,
diez mil manos que siembran
y hacen andar las fábricas.
Cuánta humanidad
con hambre, frío, pánico, dolor,
presión moral, terror y locura.
Seis de los nuestros se perdieron
en el espacio de las estrellas.
Uno muerto, un golpeado como jamás creí
se podría golpear a un ser humano.
Los otros cuatro quisieron quitarse
todos los temores,
uno saltando al vacío,
otro golpeándose la cabeza contra un muro
pero todos con la mirada fija en la muerte.
¡Qué espanto produce el rostro del fascismo!
Llevan a cabo sus planes con precisión artera
sin importarles nada.
La sangre para ellos son medallas.
La matanza es un acto de heroísmo.
¿Es este el mundo que creaste, Dios mío?
¿Para esto tus siete días de asombro y de trabajo?
En estas cuatro murallas sólo existe un número
que no progresa.
Que lentamente querrá más la muerte.
Pero de pronto me golpea la consciencia
y veo esta marea sin latido
y veo el pulso de las máquinas
y los militares mostrando su rostro de matrona
llena de dulzura.
¿Y México, Cuba y el mundo?
¡Qué griten esta ignominia!
Somos diez mil manos
menos que no producen.
¿Cuántos somos en toda la patria?
La sangre del compañero Presidente
golpea más fuerte que bombas y metrallas.
Así golpeará nuestro puño nuevamente.
Canto, qué mal me sabes
cuando tengo que cantar espanto.
Espanto como el que vivo
como el que muero, espanto.
De verme entre tantos y tantos
momentos de infinito
en que el silencio y el grito
son las metas de este canto.
Lo que veo nunca vi.
Lo que he sentido y lo que siento
harán brotar el momento...
TRADUZIONE
ESTADIO DE CHILE
Siamo in cinquemila, qui,
In questa piccola parte della città.
Siamo in cinquemila.
Quanti siamo, in totale,
Nelle città di tutto il paese?
Solo qui
Diecimila mani che seminano
E fanno marciare le fabbriche.
Quanta umanità
In preda alla fame, al freddo, alla paura, al dolore,
Alla pressione morale, al terrore, alla pazzia.
Sei dei nostri si son perdi
Nello spazio stellare.
Uno morto, uno colpito come non avevo mai creduto
Si potesse colpire un essere umano.
Gli altri quattro hanno voluto togliersi
Tutte le paure
Uno saltando nel vuoto,
Un altro sbattendosi la testa contro un muro,
Ma tutti con lo sguardo fisso alla morte.
Che spavento fa il volto del fascismo!
Portano a termine i loro piani con precisione professionale
E non gl'importa di nulla.
Il sangue, per loro, son medaglie.
La strage è un atto di eroismo.
È questo il mondo che hai creato, mio Dio?
Per tutto questo i tuoi sette giorni di riposo e di lavoro?
Tra queste quattro mura c'è solo un numero
Che non aumenta.
Che, lentamente, vorrà ancor più la morte.
Ma all'improvviso mi colpisce la coscienza
E vedo questa marea muta
E vedo il pulsare delle macchine
E i militari che mostrano il loro volto di matrona
Pieno di dolcezza.
E il Messico, Cuba e il mondo?
Che urlino questa ignominia!
Siamo diecimila mani
In meno che producono.
Quanti saremo in tutta la patria?
Il sangue del Compagno Presidente
Colpisce più forte che le bombe e le mitraglia.
Così colpirà di nuovo il nostro pugno.
Canto, che cattivo sapore hai
Quando devo cantar la paura.
Paura come quella che vivo,
Come quella che muoio, paura.
Di vedermi fra tanti e tanti
momenti di infinito
in cui il silenzio e il grido
sono i fini di questo canto.
Ciò che ho sentito e che sento
Farà sbocciare il momento.
domenica 7 settembre 2008
Un calendario cantato 1

Dopo che il Chimico mi ha mandato un messaggio in cui esaltava l'ottimo brano "Ero un consumatore" (di cui metto il link qui, ma che non trascrivo per magnanimità), ho deciso di mettere in pratica un'idea che già da un po' mi frullava nella mente.
Si tratta, in pratica, di una specie di calendario sonoro: ad ogni data possibile, un collegamento con una canzone popolare/di protesta.
Inizio simbolicamente oggi, con un brano che non è né popolare né di protesta, ma troppo troppo bello per stare a fare gli schizzinosi.
SEI MINUTI ALL'ALBA
(Fo-Jannacci)
Sei minuti all'alba
el gh'è gnanca ciar,
sei minuti all'alba,
il prete è pronto già.
L'è giamò mes'ura
ch'el va drè a parlà:
«Gliel'ho detto, padre, debun
mi hu giamò pregà».
Nella cella accanto
canten na cansun:
«Sì, ma non è il momento,
un pu' d'educasiun!».
Mi anca piangiarìa,
il groppo è pronto già;
piangere, d'accordo, e perché:
mi han da fucilà.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
Entra un ufficiale,
mi offre da fumar:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette ai polsi son già,
quei lì van a drè a cantà.
E strascino i piedi
e mi sento mal;
sei minuti all'alba,
Dio, cume l'è ciar.
Tocca farsi forza,
ci vuole un bel final,
dai, allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
(trascrizione alla buona, assolutamente priva dei simboli fonetici corretti)
TRADUZIONE
(ma è vivamente consigliata la lettura in dialetto, che è comprensibile e mille volte più bella):
Sei minuti all'alba
e non è ancora chiaro,
sei minuti all'alba
Il prete è pronto già.
È già mezz'ora
che sta parlando.
«Gliel'ho detto, padre, davvero,
ho già pregato».
Nella cella accanto
cantano una canzone.
«Sì, ma non è il momento
un po' d'educazione!»
Io addirittura piangerei
il groppo è pronto già;
piangere d'accordo, e perché?
Mi devono fucilare.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
Entra un ufficiale
mi offre da fumare:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette sono già ai polsi,
e quelli continuano a cantare.
E trascino i piedi
e mi sento male;
sei minuti all'alba,
Dio com'è chiaro!
Tocca farsi forza
ci vuole un bel finale;
dai allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
(Fo-Jannacci)
Sei minuti all'alba
el gh'è gnanca ciar,
sei minuti all'alba,
il prete è pronto già.
L'è giamò mes'ura
ch'el va drè a parlà:
«Gliel'ho detto, padre, debun
mi hu giamò pregà».
Nella cella accanto
canten na cansun:
«Sì, ma non è il momento,
un pu' d'educasiun!».
Mi anca piangiarìa,
il groppo è pronto già;
piangere, d'accordo, e perché:
mi han da fucilà.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
Entra un ufficiale,
mi offre da fumar:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette ai polsi son già,
quei lì van a drè a cantà.
E strascino i piedi
e mi sento mal;
sei minuti all'alba,
Dio, cume l'è ciar.
Tocca farsi forza,
ci vuole un bel final,
dai, allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
Vott setember sunt scapà,
hu finì de fa el suldà,
al paes mi sunt turnà,
disertore m'han ciamà.
De sul treno caregà,
n'altra volta sunt scapà,
in montagna sono andato, ma l'altr'er
cui ribelli m'han ciapà.
(trascrizione alla buona, assolutamente priva dei simboli fonetici corretti)
TRADUZIONE
(ma è vivamente consigliata la lettura in dialetto, che è comprensibile e mille volte più bella):
Sei minuti all'alba
e non è ancora chiaro,
sei minuti all'alba
Il prete è pronto già.
È già mezz'ora
che sta parlando.
«Gliel'ho detto, padre, davvero,
ho già pregato».
Nella cella accanto
cantano una canzone.
«Sì, ma non è il momento
un po' d'educazione!»
Io addirittura piangerei
il groppo è pronto già;
piangere d'accordo, e perché?
Mi devono fucilare.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
Entra un ufficiale
mi offre da fumare:
«Grazie, ma non fumo
prima di mangiar».
Fa la faccia offesa,
mi tocca di accettar,
le manette sono già ai polsi,
e quelli continuano a cantare.
E trascino i piedi
e mi sento male;
sei minuti all'alba,
Dio com'è chiaro!
Tocca farsi forza
ci vuole un bel finale;
dai allunga il passo, perché
ci vuole dignità.
L'otto settembre sono scappato
ho smesso di fare il soldato,
son tornato al paese
mi han chiamato disertore.
Caricato su di un treno
son scappato un'altra volta;
in montagna sono andato, ma l'altro ieri
m'hanno preso coi ribelli.
Ringrazio l'ottimo sito Canzoni contro la guerra che mi ha evitato di dovermi trascrivere tutto il testo.
giovedì 22 maggio 2008
rapimenti austriaci
Leggo dal solito blog che mi piace, questa spiegazione su come sia nata la leggenda metropolitaa dei rom che rapiscono i bambini. Lei, la blogghista, l'ha sentita ad un convengo sulle minoranze rom in Lussemburgo, dove pare siano fortissime.
Dice un anonimo studioso che ai tempi da Maria Teresa d'Austria, il "problema rom" era molto forte. L'Imperatrice, allora, cercando di prendere due piccioni con una fava, decise che sterminare i rom uccidendoli faceva brutto, ed esisteva un metodo più semplice: togliere i bambini. In questo modo, in due-tre generazioni, i rom sarebbero scomparsi.
I bambini rom venivano quidi presi alle famiglie d'origine e "donati" a nobildonne, magari con qualche problema di sterilità.
Ovviamente, la cosa non veniva fatta alla luce del sole, e nessuno sapeva - almeno in apparenza - che il bebè della nobilfamiglia era in realtà un bambino rom. I genitori rom, però, non erano molto contenti, come è facile immaginare: individuata la famiglia a cui era stato dato il loro figlio, cercavano in ogni modo di riprenderselo, arrivando ovviamente al rapimento.
Così pare.
Dice un anonimo studioso che ai tempi da Maria Teresa d'Austria, il "problema rom" era molto forte. L'Imperatrice, allora, cercando di prendere due piccioni con una fava, decise che sterminare i rom uccidendoli faceva brutto, ed esisteva un metodo più semplice: togliere i bambini. In questo modo, in due-tre generazioni, i rom sarebbero scomparsi.
I bambini rom venivano quidi presi alle famiglie d'origine e "donati" a nobildonne, magari con qualche problema di sterilità.
Ovviamente, la cosa non veniva fatta alla luce del sole, e nessuno sapeva - almeno in apparenza - che il bebè della nobilfamiglia era in realtà un bambino rom. I genitori rom, però, non erano molto contenti, come è facile immaginare: individuata la famiglia a cui era stato dato il loro figlio, cercavano in ogni modo di riprenderselo, arrivando ovviamente al rapimento.
Così pare.
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